Fino al midollo.

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«Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita, […] per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.» (dal film “L’Attimo Fuggente) /// «Due strade trovai nel bosco ed io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso.» (Robert Frost)
Qualcosa è cambiato. Ho lavorato e ragionato per mettere in moto quel cambiamento, di cui da tanto avevo bisogno.

Guardo oltre, non mi fermo. E questo mi aiuta. Lo stallo è passato.

E dentro di me ringrazio chiunque in qualche modo mi ha aiutata nei miei lunghi periodi di interrogativi, domande, rinunce, ripartenze, dubbi, che sarà…
Tutte le persone che mi sono vicine. Quelle lontane, ma che quando ci sono riescono a riempire il vuoto di quando non ci sono. Gli amici di sempre, che restano ancora nella mia vita seppur lontani, nonostante la vita.
Le persone che riescono a vivere vite speciali, aiutandomi a non dimenticare mai che se si vuole si può. Chi non si ferma mai. I viaggiatori dentro e fuori. Chi è dall’altro lato del mondo, lontano dalle solide e sicure radici, per rincorrere un sogno.

Quelli che raccontano la verità. I reporter. Gli scrittori di biografie spettacolari e quelli che riescono a scrivere le loro autobiografie, se necessarie. I videoreporter. I documentaristi. I fotoreporter. Quelli che rischiano la loro vita per dire la verità. Vittorio Arrigoni. Giulio Regeni. Anna Politwoskaia. E tutti gli altri. Quelli che non possono farne a meno. Quelli che lottano per i loro diritti. Quelli che lottano per i diritti degli altri. Quelli che non sfruttano, nonostante le difficoltà. Quelli che sognano ancora, che ci credono. Quelli che, nonostante le bruttezze del mondo, riescono ancora a dar risalto alla bellezza. Alla giustizia. Alle passioni.

Gli appassionati e i sognatori di tutto il mondo. Gli speleologi. I ricercatori. Gli alpinisti, quelli veri. Gli arrampicatori di gradi impossibili. Gli avventurieri. I surfisti. I sub. Gli autostoppisti. Gli artisti. I musicisti. Gli acrobati. I giocolieri. I clown. I pensatori. Quelli che suonano note e cantano parole ribelli. Quelli che con la loro musica regalano bellezza e sorrisi. Chi sa ancora giocare.

Quelli che riescono a vivere di passioni e quelli che sono felici con il loro lavoro. Quelli che sono riusciti a stringere i denti e a fare un lavoro che gli piace. Quelli che non ci sono riusciti e nonostante questo riescono a conservare se stessi. A tenersi stretti. A non lasciarsi andare. A non lasciarsi imbrutire.
Quelli che sono riusciti a cambiare strada perché quello che stavano facendo non gli piaceva.

Quelli che cedono, e si riprendono. Cadono, e si rialzano. Gli eroi di tutti i giorni. Che nonostante tutto vanno avanti.

Chi non perde il sorriso. E chi è ancora in grado di piangere ed emozionarsi. Chi non perde la sensibilità. Chi riesce a sorridere piangendo. Chi riesce a sorridere in guerra. I bambini di Gaza che fanno il bagnetto nelle macerie e ridono e scherzano col papà. I bambini di Nusaybin che a sei mesi dalla fine della guerra riescono a ridere dei lacrimogeni, del gas al peperoncino e delle bombe. E ci abbracciano tanto appena saputo il fatto. I bambini, tutti.

Grazie ai papà e alle mamme, quelli giusti, quelli che ci sono sempre nonostante i figli, nonostante le difficoltà. Quelli che alla fine accettano i figli così come sono, nonostante proprio non li capiscano! Anche se diversi da come avevano immaginato. Quelli che non hanno fatto previsioni e progetti sui figli, perché consapevoli che erano altro da loro. Quelli che lo capiscono che i figli non sono loro, ma altro da loro.

Tutti quelli che accettano il diverso. Qualsiasi tipo di diversità, ce ne sono infinite. Quelli che riescono a farsi arricchire, dal diverso.
Quelli che non si arrendono. Quelli che non scendono a compromessi. Quelli che non abbassano la testa. Quelli che i compromessi li accettano perché costretti, ma stringono i pugni affinché la situazione, a piccoli passi, cambi.
Chi attraversa confini, oceani, deserti e frontiere chiuse in cerca di libertà e futuro, cerca la vita, vede la morte, le torture, e sopravvive, e ritrova il sorriso. Chi è in attesa da tre anni in un campo per rifugiati. E ancora spera anche se non spera più.

Quelli che proprio non ci riescono a ritrovarlo, il sorriso, perché hanno dato il massimo, tutto e di più.

E quelli che non ce l’hanno fatta, perché per loro devo rendere speciale la mia vita. E non devo vivere inutilmente.

I morti in mare del Mediterraneo. I morti di tutte le guerre. Quelle per il petrolio. Quelle per la religione. Quelle per tutto e per niente. Quelle che non si capisce. I desaparecidos nel deserto di Atacama del regime di Pinochet. I morti di tumore per l’ambiente in cui viviamo: i morti di tutte le età della terra di fuochi. I miei zii Nando e Sergio, morti di tumore al cervello. I morti della Cecenia di Putin, e tutti i morti del suo regime. I morti della Siria, della Palestina, dell’Iraq, di tutto il Medio Oriente. I morti di ieri, di oggi e di domani.

I morti dell’industria mineraria del Brasile, gli operai della Vale, gli abitanti delle foreste di eucalipto. I morti di tutte le miniere e tutti i morti per il petrolio. I morti dei disastri organizzati. I morti del Vajont. Per la Sade. I due tecnici che cercarono di ri-riempire la diga, senza scampo. I morti di tutte le tragedie che tragedie non sono. I morti per i terremoti (malaedilizia).
I morti per gli attentati e anche i kamikaze, disperati a cui hanno fottuto il cervello.
I morti di Stato. I morti per la mafia, per la camorra. I morti per un’idea.

I morti per la verità.
I morti per malasanità.
E i morti per, forse, pura casualità.

Il ragazzo di trentuno anni che a luglio è morto all’ospedale di Nocera, in seguito a un ictus e per via della sua non “operabilità” perché assumeva anticoagulanti da quando, a quattordici anni, fece un incidente, si ruppe i due femori, si operò, ed ebbe un’embolia. Al papà di Serena che se n’è andato anche lui per un ictus non operabile per via degli anticoagulanti. A Marco, morto a Frosolone sotto un fulmine in una giornata di arrampicata.

E chi vorrebbe andarsene e non può, per via dell’accanimento terapeutico. A nonno Enzo che è stato un anno fermo a letto, e a nonna Angela che ha “vissuto” così molto di più. E nonno Alessandro. E anche nonna Venere, seppur se n’è andata tutto sommato serena, quasi per scelta.

Il ragazzo di ventisei anni che, sempre all’ospedale di Nocera, a luglio era lì da più di un mese, ma gli funzionavano solo il cervello, l’udito e la vista. Eluana, che però alla fine ce l’ha fatta.

Tutti gli invalidi. E la piccola Gaia, che se ne è andata nel sonno abbracciata dalla sua mamma che si è svegliata giorni dopo senza di lei. Il fratello di Josè morto di cancro al pancreas in una settimana, e ai suoi quattro figli che cresceranno sotto dittatura e orfani di padre. E il bambino con la maglietta rossa, ormai tristemente famoso, trovato sulla spiaggia a testa in giù. Tutti i bambini morti troppo presto, che hanno potuto a stento immaginare cosa sarebbero diventati.

Amo la vita e la sfrutterò fino al midollo.

=> show “Deli dünyanın çocukları” – Nusaybin – luglio 2017 (foto di Her Yerde Sanat)

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PARTENZA – 17/02/17 – treno Roma_Pescara 

​Giorno uno. Finalmente sono partita anch’io. Non ce la facevo più a star ferma sapendo che Gigi aveva già iniziato da due giorni il suo viaggio verso me e la Turchia. 

Stare ferma me lo faceva percepire più lontano. Ora invece, anche se geograficamente in questa prima fase ci stiamo allontanando, abbiamo davvero iniziato ad avvicinarci. 

Lui in tre giorni ha già superato i primi duecento chilometri, tutti d’Appennino e saliscendi, ha incontrato le prime meravigliose persone che si sono innamorate di lui e di noi e ha avuto i primi felici regali.

Ha superato le prime prove, problemi tecnici e acido lattico, quello del primo giorno, quello che credi non passerà mai, quello che pensi che non ce la farai mai, e poi invece reagisci e alla fine del secondo giorno già stai meglio, hai superato te stesso e inizi a pensare che forse il mondo puoi conquistarlo davvero con le tue due ruote e con l’amore che ti dà forza. 

È spuntato anche il primo bambino di questo viaggio in parallelo. Incuriosito s’è avvicinato a questo strano personaggio dal capello scombinato che stava giocando con le palline affianco a una montagnella strana che vista più da vicino si capisce che è una bici con uno zaino da campeggio e con dietro un carrello pieno di roba indefinita e infagottata. Lo strano personaggio, Gigi, lo fa giocare con le sue palline e gli inizia ad insegnare qualcosa. Ma il papà del bimbo spaventato e preoccupato sempre dallo strano personaggio, si arrabbia e lo richiama a sé. Il bimbo corre ma andando via si rigira per un ultimo sguardo al ragazzo delle palline e della bicicletta. 

Mi arrabbio un po’ con i genitori così. Ma spero e mi auguro che nel tempo la curiosità del bimbo verso il nuovo, il gioco e il diverso vinca. E tra tanti anni magari si ritroverà a viaggiare in bici o ad avere a che fare in qualche modo con la giocoleria, e si ricorderà di quei buffi capelli scombinati e di quel bel sorriso vivo.

Per fortuna non sono tutti uguali i genitori. Una volta sotto Natale ci eravamo fermati in un angolino per strada, a Napoli, a giocare sempre con le palline, si avvicina un signore e ci chiede se il figlio può giocare un po’ con noi. Ci giriamo e vediamo questo bambino sugli otto-dieci anni, con tre palline in mano, che sorride timido e piano piano si avvicina. Resta con noi una ventina di minuti. Il papà in disparte guarda sorride e aspetta paziente. Poi ci racconta che il bimbo gioca da poco ma gli piace un sacco e passa parecchie ore al giorno ad allenarsi. Le palline se l’è costruite lui con i palloncini e il riso. Alla fine ci chiedono anche di fare una foto tutti insieme, e se ne vanno felici!

Io di bimbi, nel mio ancora breve cammino fatto per ora solo di treni e di una lunga attesa alla stazione, non ne ho ancora incontrati. Ma ne vivrò tanti in Turchia, quando arriverò a Mardin tra cinque giorni. Appena arrivata verrò introdotta da Hamits alla scuola e alla guest-house per i volontari, e inizierò a farmi la prima vera idea di ciò che mi aspetta nei prossimi due mesi, nell’attesa di Gigi.

Intanto vado a Pescara, a continuare ad imparare e a crescere un altro po’ nell’arte dei trampoli che andrò poi a insegnare a Mardin, grazie ai ragazzi de “La Tenda in Circolo” e grazie ai “The Carpetbag Brigad Phisical Theatre” che per la seconda volta si uniranno in tre giorni di laboratorio intensivo di trampoli, acrobatica, yoga, danza contact, creazione, improvvisazione, floor-work, axis syllabus, e tanto altro, tutto mirato a vivere i trampoli in un’ottica diversa. Per la seconda volta io avrò l’onore di partecipare a tutto ciò. E per la prima volta avrò l’onore di insegnare qualcosa, giocando, a chi ne ha veramente bisogno e nel bisogno apprezzarà ancora di più quel prezioso poco che proverò a trasmettergli. 

Chi non ha niente apprezza di più le piccole grandi cose. Soprattutto se si tratta di bambini. 

Per fortuna i bambini sono bambini in tutto il mondo, e anche da noi ci sono ancora bambini in grado di apprezzare il gioco vero. Come il bimbo che ha incontrato Gigi. E come il bambino che abbiamo incontrato a Napoli.